Ridare dignità alla Dafne di Elisabetta Mayo

Il contributo dell’Associazione Culturale “Archivio del Maestro Carlo D’Aloisio da Vasto” pubblicato dal periodico NeoLatina n.18 del 15-10-2025 (pagina 8) 


L’Associazione che tutela la figura della scultrice sollecita il restauro dell’Opera

La scultura in bronzo – che reca alla base data e firma dell’autrice: “E. Mayo Roma 1923” ed è da oltre 90 anni collocata nel Giardino del Palazzo Comunale di Latina – rappresenta Dafne inseguita da Apollo. Il volto è percorso da un tremito che preannuncia l’imminente trasformazione in alloro. La figura riversa tutto il peso sulla gamba sinistra leggermente flessa e avanzata rispetto al naturale asse verticale; le braccia aperte verso l’alto, così come i capelli mossi dal vento, conferiscono all’insieme un forte senso di movimento.

Dafne fu donata alla Città di Latina (allora Littoria) nel 1933 dalle “Confederazioni fasciste dei datori di lavoro e dei lavoratori”, come riportato sul basamento in tufo, anch’esso piuttosto degradato dai tempi e per gli effetti della seconda guerra mondiale. Per il restauro complessivo dell’Opera si auspica un sollecito quanto doveroso intervento da parte delle autorità competenti, ringraziando il ComitatoSalviamo le Statue” per il costante interessamento ed il contributo raccolto e versato nel 2019 – ma non risultante – come Art Bonus presso il Ministero della Cultura.

Personalità poliedrica, Elisabetta Mayo (Napoli 1894 – Roma 1972) fu attiva soprattutto a Roma dove, a partire dagli anni venti, condivise con il marito Carlo d’Aloisio da Vasto un originale ed importante percorso artistico e culturale. Allieva di Vincenzo Gemito, divenne ben presto un’affermata scultrice, dedicandosi anche alla pittura e all’incisione, oltre che scrittrice e poetessa.

Dal suo diario “Il mio viaggio fra gli uomini(di prossima edizione) estraiamo in anteprima alcuni interessanti passaggi che testimoniano la genesi dell’opera.

“Ci venne solo una volta Soffici quando avevo già scolpita e cesellata in bronzo la Dafne e Carlo che lo conosceva volle fargli vedere il bronzo.

Nello studio c’erano anche altre cose interessanti per Soffici, il bozzetto della Dafne che era più impresso e di getto: un tronco, proprio un tronco d’albero, che ramifica e aveva nelle scorze un volto e fra i rami le foglie le braccia in croce.

Assai prima del ritratto a Luigi Sturzo avevo impostato nel grande studio di viale Giulio Cesare un grande gruppo in movimento – il gruppo era, come dicevo, in movimento, non aveva cioè il senso statico e decorativo o accademico del raggruppato, preordinato, predisposto dalla idea decorativa con elementi decorativi tradizionali e statici. Era una fuga: Correva avanti un cervo spinto nella corsa dalla corsa della Dafne che nel passo si tramutava in lauro, immobilizzando le braccia, indurendo le braccia come a rami – fiorendo nelle chiome diventate lauro – e legandosi con i piedi alla terra con radici e foglie. Inseguita la Dafne ormai ferma nel movimento, da un Apollo, che, nella fermata della donna fuggente, veniva a poggiarsi a lei quasi a raggiungerla a fatica, con un braccio teso alla preda, mentre il piede sinistro, frenato nell’impossibilità di continuare la corsa, dall’ostacolo della tramutazione della donna in albero, rimaneva sospesa in aria in gesto ginnasticale.

L’impresa del gruppo era viva ma ardua. Intanto la creta di tutte e tre le figure doveva essere tenuta contemporaneamente bagnata e se il gruppo era tutto impostato nel movimento libero e accentuato dalla fuga, solo la Dafne veniva prendendo forma veramente. Dopo il sonno di Adamo ed Eva nel quale cercavo la ricostruzione religiosa della vita, mi aveva incantata la ricerca della bellezza: – La bellezza pura – Ora cercavo la bellezza.

Al tempo del ritratto di Luigi Sturzo la Dafne era terminata, rimanevano a precederla il cervo e a seguirla Apollo. Presi infine la risoluzione di fondere per il momento solo la fanciulla divenuta albero e così feci, rimandando l’inseguimento di Apollo e la fuga del cervo ad un vicino domani.

La purezza della fanciulla corrente fermata colpiva tutti.

In quel nudo di donna non era nessun male. Donna albero: “Natura di Dio” – Così i nati, i morti, i malati, gli angioli sono nudi davanti a Dio senza impurità, perché, come Santa Maria Gabrini diceva alle sue suore, che le chiedevano come si dovevano regolare con i malati, rispondeva: – “Noi non abbiamo sesso” – Così come veramente gli angioli non hanno sesso.

A questo punto del mio lavoro che mi teneva tutta presa pensai di andare a Napoli a conoscere Vincenzo Gemito.

Fu un’impresa assai facile: avevo dato in fonderia gli ultimi tocchi di cesello alla Dafne, avevo spedito a Venezia il ritratto di Sturzo: – Partii per Napoli.

Fu in quel periodo che Gemito venuto a Roma a viale Giulio Cesare e vista la mia scultura la Dafne, preso il martello e battuto con esso la base per sentire il suono del bronzo, che risuonò oscillò vibrò nel grande studio come suono attutito di campane, mi disse che questa è un’opera d’arte, la prima opera d’arte del tempo.

Io feci una mostra delle mie opere a via del Babbuino nel 1932, dopo l’Almanacco degli ArtistiIl Vero Giotto”. Vendei subito il bronzo del ritratto di Gemito ad un generale che passando dalla mostra, appena lo vide lo volle acquistare.

Vendei il bronzo La Dafne, non certo a prezzo inglese (…)”