Franco Simongini: “Elegia per Carlo d’Aloisio da Vasto” – Catalogo Mostra Antologica a Vasto nel 1981

Catalogo Mostra Vasto 1981 p

Elegia per d’Aloisio da Vasto

Ricordo l’Abruzzo del millenovecentotrentotto,

ricordo Pescara, il mare Vecchio, una spiaggia

larga e bianca con ombrelloni circondati di tela

come fossero tende d’arabi o beduini derelitti,

ricordo il profumo di pini e della resina

e cespugli di tamerici a ridosso della spuma del mare…

E c’erano ancora le vele aranciate a solcare

quell’amarissimo azzurro, un sole, una stella,

una luna, disegnate di giallo al centro degli

alti geometrici festoni sulle barche

ardenti sul mare, verso Francavilla, Ortona,

verso San Vito Chietino, Vasto…

Tutto il cielo era solcato di presagi,

e simili a meduse onduleggianti sotto costa –

come l’idea dell’angoscia o della morte –

le vele forse si preparavano a scomparire

nel rogo d’un fuoco violetto, col sole

la stella la luna a deflagare

nel gorgo degli anni quaranta…

“E’ gentilezza dovunque è vertude

siccome è cielo dovunque è la stella”.

Ed ecco ancora la stella, la gentilezza,

e la vertude in queste limpide fredde

delicate vedute d’Aloisio da Vasto,

acquerelli trasparenti come cristallo

di Murano, circondati di un silenzio

acceso di meridiana malinconia,

con l’immobile estasi della luce:

c’è un barcone ricoperto dal telo, lungo il

porto-canale di Pescara, dipinto nel 1929,

subito sovviene quel bianco sfocato silenzio

di allora, quando si scrutava l’approdo arcano

e si sognava un paese strano senza uomini o intrallazzi …

Eravamo al culmine della giovinezza

quando la fame è sazia (suggerisce

Gabriele l’ineffabile poeta) e comincia

l’indugio sul sapore: ma questo mondo, oggi,

non è più possibile afferrarlo, è malamente arduo viverci ed amare.

L’Abruzzo per te, d’Aloisio da Vasto,

non era una festa barocca, un grido,

una tavola imbandita, un grumo di colori

vivaci, ma severa e scarnita visione

del cuore, un paese reale che si stagiona

nell’anima: pastori silenti e appartati,

donne alla fonata nei gesti estatici

e stanchi, bambini sorpresi sull’aia

tra i pagliai, o sulla deserta sabbia

del mare, ad occhi aperti, sgranati,

quasi la vita non dovesse durare

oltre quell’attimo…

E sono rimasti i tuoi semplici

non retorici o letterari disegni,

invasi da un’onda inarrestabile

di luce, come un bagliore che lascia

fulminati e fuori d’ogni tempo,

gli oggetti, gli uomini, le cose,

la vita di paese, mamma Bianca, Mino,

la barca, gli operai lungo i binari,

la bottiglia, i coralli, la conchiglia rovesciata tra i fiori…

Una luce irreale, come camminare

nel sogno sotto un mezzogiorno di sabbia,

sotto un cielo solcato dai presagi:

nel mistero di una sera che avanza

dai poggi più lontani e ancora

non tocca le tue cose, nell’arrivo

inatteso, nella voce che risuona

sulla soglia, in questo

millenovecentottantuno,

nel ricordo di un Abruzzo meridiano,

con i desideri senza adempimento

che durano durano sempre più a lungo…

Franco Simongini


Franco Simongini
Franco Simongini

Qui il profilo di Franco Simongini (Roma 1932 – Roma 1994), poeta, scrittore e regista