Elegia per d’Aloisio da Vasto
Ricordo l’Abruzzo del millenovecentotrentotto,
ricordo Pescara, il mare Vecchio, una spiaggia
larga e bianca con ombrelloni circondati di tela
come fossero tende d’arabi o beduini derelitti,
ricordo il profumo di pini e della resina
e cespugli di tamerici a ridosso della spuma del mare…
E c’erano ancora le vele aranciate a solcare
quell’amarissimo azzurro, un sole, una stella,
una luna, disegnate di giallo al centro degli
alti geometrici festoni sulle barche
ardenti sul mare, verso Francavilla, Ortona,
verso San Vito Chietino, Vasto…
Tutto il cielo era solcato di presagi,
e simili a meduse onduleggianti sotto costa –
come l’idea dell’angoscia o della morte –
le vele forse si preparavano a scomparire
nel rogo d’un fuoco violetto, col sole
la stella la luna a deflagare
nel gorgo degli anni quaranta…
“E’ gentilezza dovunque è vertude
siccome è cielo dovunque è la stella”.
Ed ecco ancora la stella, la gentilezza,
e la vertude in queste limpide fredde
delicate vedute d’Aloisio da Vasto,
acquerelli trasparenti come cristallo
di Murano, circondati di un silenzio
acceso di meridiana malinconia,
con l’immobile estasi della luce:
c’è un barcone ricoperto dal telo, lungo il
porto-canale di Pescara, dipinto nel 1929,
subito sovviene quel bianco sfocato silenzio
di allora, quando si scrutava l’approdo arcano
e si sognava un paese strano senza uomini o intrallazzi …
Eravamo al culmine della giovinezza
quando la fame è sazia (suggerisce
Gabriele l’ineffabile poeta) e comincia
l’indugio sul sapore: ma questo mondo, oggi,
non è più possibile afferrarlo, è malamente arduo viverci ed amare.
L’Abruzzo per te, d’Aloisio da Vasto,
non era una festa barocca, un grido,
una tavola imbandita, un grumo di colori
vivaci, ma severa e scarnita visione
del cuore, un paese reale che si stagiona
nell’anima: pastori silenti e appartati,
donne alla fonata nei gesti estatici
e stanchi, bambini sorpresi sull’aia
tra i pagliai, o sulla deserta sabbia
del mare, ad occhi aperti, sgranati,
quasi la vita non dovesse durare
oltre quell’attimo…
E sono rimasti i tuoi semplici
non retorici o letterari disegni,
invasi da un’onda inarrestabile
di luce, come un bagliore che lascia
fulminati e fuori d’ogni tempo,
gli oggetti, gli uomini, le cose,
la vita di paese, mamma Bianca, Mino,
la barca, gli operai lungo i binari,
la bottiglia, i coralli, la conchiglia rovesciata tra i fiori…
Una luce irreale, come camminare
nel sogno sotto un mezzogiorno di sabbia,
sotto un cielo solcato dai presagi:
nel mistero di una sera che avanza
dai poggi più lontani e ancora
non tocca le tue cose, nell’arrivo
inatteso, nella voce che risuona
sulla soglia, in questo
millenovecentottantuno,
nel ricordo di un Abruzzo meridiano,
con i desideri senza adempimento
che durano durano sempre più a lungo…
Franco Simongini
Franco Simongini Qui il profilo di Franco Simongini (Roma 1932 – Roma 1994), poeta, scrittore e regista


